La vegetariana

Ieri ho divorato in pochissimo tempo un romanzo di un’autrice coreana. Impossibile staccare gli occhi da quelle parole che fluiscono liquide e seducenti.

Lette le prime righe, sono stata subito catapultata in Corea nei luoghi in cui si dipana il racconto, intrappolata nei fili che tessono le trame della storia, incapace di fare qualsiasi cosa se non assistere inerme e attonita allo svolgersi degli eventi, scossa da immagini intense e stati d’animo taciuti, ma che riescono a penetrare strati di pelle ed entrarti dentro.

“La vegetariana”, di Han Kang è la storia di una donna che decide da un giorno all’altro di non mangiare più carne.

“Ho fatto un sogno”, risponde a chi le chiede il motivo di quella scelta.

Yeong-hye, questo il nome della protagonista, diventa vegetariana, poi vegana, poi vegetale, silenziosa come lo sono le piante e i fiori, che hanno solo bisogno di acqua e di sole per sopravvivere.

La storia si divide in tre parti e viene narrata dal marito, dal cognato e dalla sorella secondo i loro punti di vista. Come la stessa autrice afferma “ll fatto che venga sempre vista dagli altri la rende soggetta a continui malintesi, anche da parte del lettore. Tutti gli sguardi in contrasto tra loro falliscono quando vogliono dirci la verità su qualcuno o qualcosa”.
Non sapremo mai quale sia il punto di vista della protagonista, spetta al lettore interpretare questa figura misteriosa.

La sua scelta di diventare vegetariana non è sicuramente etica, ma è una scelta di rifiuto, di ribellione nei confronti delle violenze paterne, nei confronti della freddezza e dell’indifferenza della sua vita coniugale e della società alienante e cieca di fronte alle sofferenze umane.

Perché per vivere abbiamo bisogno di amore, di cure, così come le piante hanno bisogno di acqua per non seccare e morire.

Un romanzo potente, affascinante, coinvolgente, tragico, conturbante, scioccante, enigmatico, delicato, brutale.

Da leggere.

Quello che mi fa male è il petto. Qualcosa si è bloccato all’altezza del plesso solare. Non so che cosa può essere. Adesso è perennemente conficcato lì. Lo sento sempre, anche se ho smesso di portare il reggiseno. E per quanto faccia respiri profondi, non vuole andarsene.
Un grumo formato da urla e gemiti aggrovigliati, intrecciati fra loro uno strato dopo l’altro. È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.

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