Dei fiori e degli uccelli. E di mercati del mondo

Una delle cose che mi piace fare di più quando viaggio e` visitare i mercati locali. 
Il mercato e` il microcosmo culturale di un popolo ed e` uno dei modi che preferisco per entrarci in punta di piedi e spiare la vita degli altri. 
Prima ancora di visitare i monumenti, di ripercorrere la storia nei musei, ne cerco uno ed e` li` che riesco a farmi un’idea della gente e del posto in cui mi trovo. 
I mercati come identità di un popolo, dove la bolla dello smarrimento in cui mi sento intrappolata appena arrivo in un luogo sconosciuto, scoppia nel momento in cui mi perdo nella confusione delle voci, dei colori, degli odori nuovi, svelandomene a poco a poco i segreti.
Nei mercati scopri cosa e come mangia la gente, cosa e come vende, come si veste, come socializza, cosa beve, come urla, se lo fa, perché anche il tono della voce e` rivelatore di un certo temperamento che caratterizza una cultura.
Ogni mercato e` poi a se´ e racconta la storia, le tradizioni e le abitudini di una nazione.
Nei mercati dello Xinjiang si vendono cammelli, lama, montoni, pellicce di animali e tappeti, in quelli del Tibet si vendono denti d’oro, burro di yak, accessori per imbellettare i cavalli e gioielli da inserire nelle splendide pettinature delle donne dai capelli lunghissimi e brillanti come la luce delle montagne dell’Himalaya, in quelli in India si vendono colori e odori: spezie, braccialetti, sari e stoffe variopinte.
Quando vivevo in Cina mi piaceva perdermi nei mercati cosiddetti “dei fiori e degli uccelli”, in cinese 花鸟市场 (huāniǎo shìchǎng), dove si vendono piante e fiori, ma anche uccelli, insetti e tutti gli accessori per allevarli. 
Osservavo stupita e rapita la gente intenta ad acquistare bellissime gabbie di bambù con all’interno minuscoli abbeveratoi e ciotoline per il mangime, tutto in ceramica e finemente dipinto a mano, perché in Cina uccelli e grilli sono animali da compagnia, come per noi cani e gatti. 
Uomini cinesi di una certa eta` sedevano di fronte a una parete su cui erano appese centinaia di gabbie con uccelli e, come professori di musica durante un esame importante, ne studiavano con la massima concentrazione il comportamento e ne esaminavano il canto. Altri passeggiavano tenendo in mano una gabbietta che poi appendevano al ramo di un albero per riposare, tra un sorso di te` e una chiacchiera con gli amici. Quest’ abitudine tutta cinese di “portare a spasso gli uccelli” (遛鸟 liuniao) deriva dalla credenza che ciò migliori la qualità del loro canto, per poter godere del suono della primavera tutto l’anno. Allo stesso modo allevano i grilli, che tengono in piccole zucche o gabbiette scolpite ad arte e portano con se´ in giro nel taschino della camicia. Per sentire anche in inverno la musica dell’estate. 
La storia di un popolo in un mercato. 
E anch’io ho cercato con scrupolosa attenzione la mia gabbietta e alla fine l’ho trovata. E` interamente di bambù, semplice ma elegante, tutta intagliata con all’interno due ciotole in miniatura di ceramica bianca con dipinti azzurri di pipistrelli stilizzati, simbolo di fortuna e felicita` (per via dell’omofonia tra “fu” di pipistrello e “fu” di fortuna). All’interno non ci ho messo un uccello, ma ci tengo le sensazioni di quelle giornate e quando la nostalgia mi prende il cuore, mi basta guardarla per sentire il cinguettare dei ricordi.

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