Elogio del ventilatore

Amo i ventilatori, quelli vecchi e rumorosi, grandi o piccoli, arrugginiti e non.

Hanno il sapore dei ricordi d’estate. 

Dell’estate salentina della mia infanzia, quando ancora bastava una piccola ventola a rinfrancarci dalle pene di notti cocenti passate distesi sulla pietra fredda e dura del soggiorno a raccontare storie.

Di un agosto lontano a Pechino e di una bettola dove mi piaceva pranzare, stordita dal calore dell’Asia e dai suoni ipnotici di una lingua che ancora non capivo e, madida di sudore, mangiavo sempre spaghetti saltati con verdure coi capelli svolazzanti al vento di un ventilatore vecchio come la Cina, che oltre a far girare l’aria, mescolava, come un cucchiaio immaginario, odori di cibo e di corpi, parole e umori. 
Di un pomeriggio sonnacchioso a Saigon in un baretto vicino a un mercato affollato sorseggiando il delizioso caffè vietnamita, osservando la gente e immaginando storie, cullata dal venticello soporifero di un vecchio ventilatore che ne diffondeva l’aroma profumato. 
Di notti asiatiche, di cicale e di caos tropicale.
Amo i ventilatori perché, agitando l’aria, rinfrescano membra e ricordi. 

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